Chiusure imposte dal DPCM. Insorgono ristoratori, istruttori sportivi e operatori dello spettacolo

A fronte di un aumento inarrestabile dei contagi da Covid 19 e il timore di portare al collasso le strutture sanitarie per i ricoveri, il Presidente del Consiglio Conte ha deciso di emanare il nuovo DPCM del 24 ottobre che prevede, tra le varie restrizioni, la chiusura anticipata alle 18:00 di bar, ristoranti, pub, pasticcerie, gelaterie, la chiusura di palestre e piscine e di cinema e teatri. Chi si occupa dei servizi di ristorazione non ha accettato di buon grado la decisione manifestando il proprio disappunto anche con proteste in varie città d’Italia, ma cercando di pensare a come riorganizzarsi nelle ore in cui è consentita l’apertura e a come effettuare i servizi di consegna a domicilio o da asporto. La rabbia più forte in queste ore la stanno esprimendo i gestori delle palestre, che non riescono a mandar giù la decisione di Conte. Chi vive di questa attività, e ha già dovuto subire le conseguenze di un significativo calo degli iscritti, è nella più totale disperazione. Ancora di più perché si è fatto il massimo per adeguare le strutture alle normative anti Covid, investendo anche dei soldi per l’acquisto di quanto necessario per assicurare spazi per il distanziamento, aerazione degli ambienti, igienizzazione degli attrezzi. Stessa cosa per cinema e teatri dove la riorganizzazione dei posti a sedere e le operazioni di sanificazione sono stati applicati in maniera quasi maniacale per non incorrere in rischi o sanzioni. Oggi si deve chiudere e basta secondo il decreto, ma il malcontento è troppo forte. Restano aperte le scuole, le chiese, i musei e le categorie che hanno subito lo stop si sentono ancor più  penalizzate, non si accontentano degli indennizzi promessi dal Governo, quello che vogliono è continuare a lavorare in sicurezza come fatto finora e che la loro attività non sia considerata accessoria.